Radici Lariane" è aperto alla partecipazione di tutti ed accoglie testi, racconti e descrizioni di ricordi personali e di tradizioni lariane, fino agli anni ottanta del secolo scorso. Per vedere pubblicato il vostro racconto, (lunghezza massima di un foglio A4, 30 righe in carattere corpo 12) inviatelo a: ventifebbraio@iol.it - Se lo desiderate, il vostro testo potrà essere accompagnato e corredato anche da una vostra immagine.

28.2.16

Il "Burghett" di Como


Alberto Albonico

A Como il “Burghett” era costituito dagli edifici che si trovavano tra la Chiesa di Sant'Orsola e la metà circa di Viale Lecco. 

Il nucleo principale era costituito dal Quartiere Trento con ingresso da Via Perlasca ed era un complesso di case popolari costruite dalla Cooperativa Edificatrice prima dell'ultima guerra ed abitato prevalentemente da operai ed artigiani. 

Al centro aveva un ampio cortile in terra battuta con diversi alberi al centro e praticamente tutti i ragazzini del Burghett si ritrovavano a giocare in questo cortile. 

Pur non avendoli frequentati molto, qualche volta scendevo da Viale Giulio Cesare, dove abitavo, passavo di fianco al mercato, ed andavo a giocare con i ragazzi del Burghett, che erano un gruppo molto chiuso ed era pertanto difficile riuscire a farsi accettare; i miei avevano però degli amici che abitavano al Quartiere Trento, con un figlio della mia età, e pertanto ero sopportato dal gruppo. 

Ricordo che quando si faceva la conta per vedere "chi stava sotto" per i nostri giochi, al Burghett avevano la loro filastrocca: "E la naia del burghett, la cunta fin al ventisett, un, du, tri, quater, ecc". Naturalmente, chissà com'è, toccava sempre a me. Si giocava "a nascondersi", a palla avvelenata, a guardie e ladri e giochi simili. 

Altri tempi, strade senza auto, al più dovevi scansare qualche bicicletta, fuori dal mercato trovavi ancora il venditore con le botti piene di pesce di lago sotto sale (missoltini ed agoni) ed un bambino poteva tranquillamente andare da San Rocco a Piazza Cavour senza alcun pericolo. 
... Vabbè, sun vecc...
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da Alberto Albonico - Pellio Intelvi (CO)
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Ricordi di... San Bartolomeo e via Barelli, a Como




Alberto Albonico



Il Torrente Cosia si interrava alla fine di Via Mentana e riemergeva dove adesso c'è il semaforo con Via Lucini. 

Scendendo verso il Ponte di San Rocchetto c'era solo una strada sulla destra del Cosia ed era la Via Barelli, stretta ed in terra battuta. 

All'angolo con Via Benzi c'era il serbatoio del gas mentre un altro era sul lato opposto, un po' più in su, in mezzo agli orti. 

Il primo ponte che si trovava era quello di Via Borsieri, dove abitava mia zia, sorella di mia mamma. Ho fatto l'asilo e le elementari a Santa Chiara, nell'antico convento retto dalle suore, ed immediatamente prima, sulla Via Milano, vi era una chiesa abbandonata, con delle enormi colonne di pietra a reggerne il portale. Il tram si fermava proprio di fronte. 

Risalendo Via Milano, quasi davanti a Via Anzani, c'era il panificio Dubini e più in su fino a San Rocco tutta una serie di antiche case di ringhiera col cortile interno chiuse da splendidi portoni in legno col portale in sasso.   

In giro per San Bartolomeo si vedeva spesso uno strano personaggio, dipendente del Panificio Concesa, che col suo tabarro nero ed un cappellaccio a falda larga girava a cavallo di uno strano biciclo con una grandissima ruota anteriore ed un ruotino posteriore, che se fosse caduto si sarebbe spaccato la testa. 

L'area tra San Bartolomeo e Via Barelli mi era particolarmente cara perché durante il periodo pasquale vi si insediava la cosiddetta "Fiera", che ora si chiama Luna Park, con i suoi saltimbanchi, i mangiatori di vetro, gli autoscontri, i nani, gli uomini volanti, il muro della morte ed i suoi centauri, l'immancabile giostra di "pesciad in del cu", i pesci rossi, ecc. 

Magari passavo tutto il pomeriggo alla Fiera a vedere da fuori i baracconi, perchè di soldi non ce n'erano, però era bello anche così.


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da Alberto Albonico - Pellio Intelvi (CO)
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Ricordi di... viale Giulio Cesare - via Morazzone - via Palestro, a Como




Alberto Albonico



In questa foto ci sono io (nella carrozzina), un'amica di famiglia, mia mamma ed il mio papà. 
E' stata scattata in Viale Giulio Cesare e la casa sullo sfondo, ancor oggi uguale, è dove abbiamo abitato sino al 1953. Le finestre a piano terra sono così basse perchè, all'epoca della costruzione della casa, il Cosia era ancora a cielo aperto, quindi 4 o 5 metri sotto. Quando gli hanno fatto gli argini e coperto tutto, la pavimentazione stradale è arrivata a lambire le finestre, tant'é che all'interno del cancello il giardino e la casa sono più in basso di almeno 1 metro. 

Il cancello che si vede sulla destra  si apriva sul deposito di materiale edile della ditta Camporini, se mi ricordo bene il nome. Alle spalle del fotografo, e quindi sul Viale Giulio Cesare di fronte alla casa, all'epoca c'era un fruttivendolo ed il negozio del Gaiani Cesare calzolaio. 
In Via Morazzone, più o meno dove ora sorge il centro di analisi cliniche, c'era una grande casa di ringhiera, arretrata di una cinquantina di metri dalla strada e più in basso rispetto all'attuale livello stradale, probabilmente originariamente era al livello del Cosia. Poi, sempre sullo stesso lato, si trovava la villetta del Prof. Moretti, con la latteria sull'altro lato della strada, indi la Coperativa gestita dal Sig. Sandro che spargeva un profumo di "Bologna" per tutta la via. 
Più avanti c'erano due case di ringhiera, messe perpendicolari alla strada, una con il Panettiere Castelli e l'altra con un'Osteria. 

Tutto l'altro lato della strada, a formare un quadrilatero con Via Mentana ed il Viale Giulio Cesare, era occupato dalle costruzioni industriali di ben tre seterie, una di seguito all'altra ed erano la FISAC, le Seterie Comensi e le Seterie Taroni, e pertanto tutto il lato di Viale Giulio Cesare dove ora c'è il grande magazzino da Via Morazzone fino all'incrocio con Via Mentana era occupato dal retro di questi opifici col caratteristico tetto ad una falda, una di seguito all'altra come una grande sega. 

A fine Via Mentana, sulla sinistra, c'era il Macello Pubblico con il veterinario sempre in servizio cui si poteva all'occorrenza ricorrere anche per gli animali domestici. 

In alto a Via Mentana, il Cosia si interrava e trovavamo sulla sinistra la Via Ambrosoli che allora era uno stretto budello in terra battuta che passava sotto il ponte, molto basso, della ferrovia e portava alla Tintoria Pessina, che sorgeva dove ora c'è Il Dadone. 

Prima del ponte della ferrovia c'era il canile che consisteva in una malandata casetta con un paio di stanzette e, purtroppo, con una camera a gas per sopprimere i randagi che venivano lì condotti dall'accalappiacani che girava la città in bicicletta con un laccio di pelle per catturarli. Quante volte, se non trovavo più il nostro cane in giardino, sono corso trafelato al canile per vedere se me l'avevano preso! 

Dall'altra parte del Viale Giulio Cesare iniziava la Via Palestro che, nella prima parte fino a Via Anzani, sulla destra era occupata  dai cosiddetti "Pozzi Neri" che consistevano in enormi vasche di mattoni dove confluivano i liquami di spurgo delle fosse igieniche delle case di Como, ivi trasportati da cisterne, dette "bonze", trainate da cavalli. Su un lato di queste vasche di raccolta c'erano dei bocchettoni per poterle svuotare. Una volta  con un mio cuginetto eravamo entrati abusivamente nell'area recintata e stavamo camminando sul fango secco in un avvallamento della stradina interna in terra battuta, quando la crosta cedette e noi affondammo fino al ginocchio in quello che scoprimmo subito non essere affatto fango. Non vi dico cosa successe quando riparammo a casa di mio cugino che abitava lì di fronte, lasciandoci anche una scia  odorosa sulle scale comuni, fino al terzo piano. 
Queste case, dove abitava mio cugino, erano le "Case Pessina", costruite dalla Tintoria Pessina, nell'allora titolare Tanino Pessina, per i propri operai e parenti. Sono costituite da tre edifici adiacenti, ognuno con la sua portineria, ed avevano all'interno un grande cortile dove i ragazzi potevano giocare e le donne stendere i panni che si lavavano in tre grandi lavatoi comuni siti in un enorme locale cui si accedeva dal cortile. 
Nel sottosuolo ogni appartamento aveva la sua cantina e dove il falegname Giorg aveva il suo laboratorio.
Anche allora sull'angolo Via Palestro, Via Anzani c'era il Bar Cittadella.

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da Alberto Albonico - Pellio Intelvi (CO)
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28.12.13

Un Natale di tanti anni fa

Eugenia Abbate


Mia madre ha più di ottant'anni ma i ricordi dei Natali del passato, specie quelli della sua infanzia, li ha ancora molto vivi nella memoria. 

Non appena si avvicina la data fatidica, comincia a raccontare episodi di quei Natali poveri ma religiosamente sentiti  e attraverso i suoi racconti le figure dei nonni e dei bisnonni riacquistano nuova vita e sembrano venirci a dire che si poteva essere felici anche allora, con pochissimo, perché ci si accontentava e ci si voleva bene.


In tempo di guerra, la santa Messa natalizia veniva celebrata alle cinque del mattino, in una chiesa gelida  e illuminata dalla sola luce delle candele. 
Alle sei e trenta si faceva ritorno a casa, a piedi ovviamente, non prima di essersi fermati nella piazza principale del paese, quella affacciata sul lago, a riscaldarsi davanti al grande falò fatto con sterpaglie e rami di ginepro, che alcuni volonterosi avevano acceso per salutare l'arrivo del santo Bambinello. 

In casa, grazie al bisnonno Giuseppe, rientrato anzitempo dalla messa, c'era un bel calduccio; il fuoco ardeva nel camino e il crepitio delle fiamme, causato dalle foglie di alloro che bruciavano, era considerato segno di gioia per la nascita di Gesù e di buon augurio per tutti. In quel momento cominciava la festa: Giuseppe offriva ai suoi fratelli Pancrazio e Tommaso, venuti a porgere il buon Natale alla famiglia, la luganeghetta cotta sulla graticola; il sostanzioso spuntino era annaffiato da qualche calice di vino bianco (vino prodotto con la fermentazione delle mele, si sospetta). 
Alle bambine, Laura e Assunta, veniva preparata la cioccolata fatta con cacao autarchico, accompagnata dal famigerato "bulugnén", una specie di panettone comprato dal panettiere, che lo confezionava con ingredienti di fortuna. 
Il nome del dolce era quanto mai indovinato poiché il cosiddetto era duro come un paracarro (bulugnén, in dialetto). Meglio non indagare cosa contenesse. 

I regali a Natale non esistevano, li portavano i re Magi il 6 gennaio e consistevano essenzialmente in un sacchetto di nocciole e fichi secchi e qualche mandarino. 
La mattinata trascorreva tra le chiacchiere degli adulti, le visite di vicini e parenti per il tradizionale scambio di auguri e i giochi delle bambine. 

A mezzogiorno veniva servito il pranzo, preparato dalla nonna Eugenia, con un menu che, data la solenne occasione, era più che rispettabile: risotto giallo - fatto con lo zafferano 3 Cuochi - con la luganeghetta, seguito da un piatto di lesso, in genere biancostato di manzo, e da un arrosto, che poteva essere o un cappone nostrano o un carré di maiale. 
La mamma ricorda che suo nonno Giuseppe amava particolarmente  l'arrosto di maiale. Per lui non era Natale senza "el rost de purcèll".  Come contorno, i "bròcul rustii", ossia i cavolfiori ripassati in padella,  facevano del loro meglio per far dimenticare le privazioni della guerra. 
Il dolce consisteva nell'indigesto e granitico "bulugnén" di cui abbiamo già parlato prima. Come caffè si gustava, per usare un eufemismo, un infuso fatto con le ghiande tostate e macinate. 
Il giorno seguente, santo Stefano, sulla tavola compariva immancabile la polenta, servita con gli avanzi del giorno prima. 

La mamma mi racconta sempre un gustoso aneddoto legato a quegli anni difficili: durante la stagione fredda, la maggioranza delle famiglie del piccolo borgo, per potersi garantire qualche entrata proteica soprattutto in vista del Nataleusava allevare del pollame o qualche coniglio. I nostri congiunti non facevano eccezione ed anche il nonno Carlo, il marito di Eugenia, allestiva nella cantina di casa "la capunéra", ossia predisponeva alcune gabbie dove mettere all'ingrasso quei tre o quattro capponi sufficienti ad allietare la tavola durante le festività
Caso vuole che una notte, mentre la casa era immersa nel buio e i suoi abitanti dormivano, alcuni malintenzionati cercarono di entrare in cantina per sottrarre quel prezioso bottino. La nonna, che aveva il sesto senso sempre all'erta, si accorse di qualcosa, forse sentì dei rumori sospetti, e svegliò bruscamente il marito: "Carlo, alzati! Ci sono i ladri che vogliono rubare i capponi!". Il nonno, ancora  insonnolito e forse pensando alla giovane moglie e alle piccole figlie che riposavano placide nei lettini, anziché affrontare faccia a faccia i banditi e magari prenderli a legnate, preferì spalancare la grande finestra della camera, protetta da una spessa inferriata, e urlare a squarciagola: "Aiuto, aiuto!!! Al ladro, al ladro!!!". I furfanti, che come coraggio facevano il paio con il nonno, se la diedero a gambe e i capponi furono salvi. 
La nonna, che non mancava di senso dell'umorismo, prese in giro a vita il  suo Carlo, per quella prova di audacia così scarsa.

da Eugenia Abbate - (Milano)
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17.4.13

A spasso nella magìa dei negozi di un tempo...


Renzo Romano

Mi piace andare a zonzo per la città. 
Di ogni viuzza conosco la storia, i palazzi, i negozi, le pietre. 
Osservo i volti della gente, curioso nelle vetrine, guardo le commesse.
Avviene talvolta che il tempo improvvisamente si fermi, e cominci a scorrere all’indietro.
Si dissolve la boutique con i capi firmati, il telefonino dell’ultima generazione scompare, prende forma e sentimento un negozio di dischi. 


“Baragiola e Zeppi” recita l’insegna.
C’è un commesso gentile, si chiama Arturo, sa tutto di quarantacinque e trentatré giri. I suoi consigli sono preziosi, è aggiornatissimo.
Ricordo una volta... Innamorato cotto di una ragazza, naturalmente a sua insaputa, ebbene Arturo mi suggerisce di regalarle l’ultimo quarantacinque giri di Neil Sedaka.  Credo che quella sia stata l’unica volta in cui Arturo abbia fatto del tutto cilecca...
Quarantacinque e trentatré giri sono “numeri” che poco o nulla dicono ai giovani “digitali“ di oggi.
Essi erano, anzi sono visto che se ne trovano ancora nei mercatini di cose vecchie, dischi di vinile (una specie di plastica) che messi a girare su un aggeggio (il grammofono) diffondono musica e parole dei successi dell’epoca.
I più fortunati possono permettersi il “mangiadischi”, un apparecchio grande come una scatola delle scarpe, che funziona a pile e pertanto si può trasportare ovunque.
Ricordo che un giorno in classe, durante l’ora di filosofia approfittando dell’arrendevolezza della supplente, ascoltammo a pieno volume Elvis Presley nell’arrembante e coinvolgente “Tutti frutti” dal mangiadischi di un mio compagno.


Scorre veloce all’indietro il calendario del tempo ed ecco comparire di fronte ai Portici Plinio, la dove oggi si vendono scarpe, un fantastico negozio di giocattoli, il mitico “Mantovani”.


E’ la casa dei sogni di tutti i bambini.
Si possono sfiorare con le mani i giocattoli più belli: il meccano, i cavallucci di legno, le automobiline di latta, i soldatini di piombo, la dama, i palloni, le bambole.
Sfiorare, ahimè solo sfiorare non già comperare perché costano cari, poche sono le famiglie che possono permettersi un acquisto.
Entrare al Mantovani, andare su e più per i suoi tre piani di meraviglie, è per i bambini un vero e proprio viaggio nella fantasia, un regalo.
Al regalo vero si provvede poi in qualche modo.
Mi commuove il ricordo di una filovia verde fatta con legno e cartone con tanto di aste pazientemente costruita da mia mamma dono di Gesù Bambino (Babbo Natale era ancora da inventare) ...

...un lontanissimo Natale di troppi anni fa. 

da Renzo Romano - (Como)
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Girovagando ...nel tempo del mio vissuto e nelle vie della mia città.


Renzo Romano

Mi ritrovo in piazza Cavour.
Riaffiora fra i ricordi, dove oggi campeggiano le insegne di una banca, la vetrina di un filatelico.
Lì si vendono e acquistano francobolli.

Alzi la mano, fra i lettori con i capelli impreziositi dagli anni, chi non ha fatto la raccolta di francobolli.
Mi par di sentire il profumo della colla, rivivo la delicatezza con cui il filatelico di Piazza Cavour prende dall’album o dall’apposita custodia i francobolli per osservarli, valutarli, mostrarne l’integrità e vantarne la rarità.

Poco più che ragazzo non posso certo permettermi di acquistare francobolli, il mio commercio e quello di quasi tutti noi collezionisti si basa sul libero scambio.
Il Pinocchio del 1954 vale come il centenario di Amedeo Avogadro, fa testo il catalogo Bolaffi...
La raccolta di francobolli è molto di più di un gioco, mi azzardo a dire che qualcosa si apprende anche. A proposito del commemorativo di Avogadro, io la sua legge sui gas, l’ho imparata leggendola sul francobollo stampata accanto all’immagine dello scienziato. La ricordo perfettamente, correggetemi se sbaglio: “Volumi uguali di gas nelle stesse condizioni di temperatura e di pressione contengono lo stesso numero di molecole”

Un lampo della memoria, dalla vetrina del filatelico rimbalza l’immagine di un gruppo di giovani in tuta sportiva. Sono i giocatori dell’Inter, domani sfideranno gli azzurri al Sinigaglia.
Fra essi il biondissimo Skoglund, inarrivabile campione, funambolo, amatissimo dai tifosi.
Circondato dai curiosi, Naka (così è soprannominato) getta per aria una moneta, questa gira vorticosamente, plana sulla punta della scarpa, rimbalza verso l’alto e poi ricade magicamente nel taschino della tuta del giocatore fra la meraviglia dei presenti.

Francobolli.... Naka... tutto rivive meravigliosamente,  grazie al prodigio della memoria, questa scatola magica che il tempo ha riempito di quei ricordi che mi accompagnano in questo girovagare nel tempo del mio vissuto e nelle vie della mia città.

da RENZO ROMANO - (Como)
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11.9.12

DUE BIMBE... DEL PRIMO NOVECENTO



 Como, scuole elementari di Via Brambilla 
       ... La classe di Paola e Giuliana...
Anno scolastico 1923 (maestra sig.a Groppetti)



Tutto rinasce e palpita, rivive come allora:
luoghi e persone, giorni del passato,
immagini lontane e intatte, narrate
e ritrovate - immenso ed inatteso dono.

Due bimbe e il loro mondo, intatto di fragranze:
giorni trascorsi e condivisi, due vite intrecciate
vissute accanto al molo, dai banchi della scuola
agli anni giovanili, più maturi d’esperienze.

Mani che si strinsero - occhi che ci parlano:
quasi cent’anni... e il desiderio di narrarsi
con il candore e l’anima sincera,
partecipando il racconto della vita.

La tenerezza rievocata ora dilaga, pulsa
e straripa immane, convulsamente affiora,
presente e intatta nelle memorie amate
che l’emozione ha risvegliato in cuore.

Intensa infinitudine, dall’Integro profumo,
sfiorare i petali di quest' Immenso fiore:
poter conoscere, con gli occhi di chi vide,
quanto sinora soltanto immaginato…

E’ un tuffo al cuore…è tanta nostalgia…
è ciò che mai vidi… eppure, m’appartiene.

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©  Luciana

n.d.r.
sentitamente grazie, 
alla sig.a Giuliana ed al sig.Giovanni,
per l'emozionante condivisione dei nostri ricordi comuni.
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24.5.12

"GRADINI E PROFUMI" (BELLAGIO, ANNI SESSANTA)


Anna Bosetti

Ogni gradino mi conduce ad un profumo… 
la memoria mi porta a Bellagio. 
Ho avuto la fortuna di nascere e crescere in questo luogo incantato ai bordi del parco di Villa Serbelloni, dove mio padre lavorava come giardiniere.
 

Ho vissuto gli anni piu’ belli della mia vita in una grande casa gialla, proprio all’inizio del Borgo…una lunga scalinata traboccante di fiori mi portava in quel posto sicuro che era la mia casa. Un mondo di colori dove la natura ha dato il meglio di se, tanti profumi ,che la mia memoria olfattiva ha mantenuto intatti. Teneri ricordi mi portano a quei gradini che salivo di corsa per andare incontro a mio padre che tornava dal lavoro.
 

Credo che tutta la mia vita ruoti attorno ai ricordi di questi posti, dove ho vissuto… tra aiuole, roseti, mari immensi di iris, piante centenarie, palme e ortensie, azalee e rododendri… Profumi inebrianti salivano nelle mie narici e gioivo del poter correre in prati fioriti considerando quel Parco tutto mio… Non c’era angolo che io non conoscessi, dalla’’ grotta delle cinque dita’’ in cima al promontorio che domina il paese , alla piccola cappella ‘’ de la Madunina’’, giù proprio vicino al lago.
Quando l’estate lasciava il passo ai colori fantastici dell’autunno , ecco che un altro mondo si spalancava ai miei occhi… un pittore misterioso dava il meglio di se dipingendo il promontorio di caldi colori e anche il camminar sulle foglie secche e sui ricci delle castagne mi dava il piacere di sentire…l’odore della terra ancora calda, pronta a prepararsi, ricoperta di foglie ,ai rigori dell’inverno.
Odore di caldarroste e di camini accesi…
Su per le scale verso la Villa… si potevano scorgere i tetti del paese da dove i comignoli mandavano sbuffi di fumo che ondeggiavano nel cielo grigio d’inverno a dipendenza del vento…
L’inverno alle porte aveva spogliato gli alberi.
Li guardavo dal basso verso l’alto e mi rattristavo… parevano curve sagome quasi indifese.. pronte a portare il peso della neve che sicuramente sarebbe arrivata a giorni.
Ed ecco la prima neve; i gradini si coprivano di un candido strato… e sparivano, offrendo a noi ragazzi una sorta di pista per interminabili scorribande… si cadeva e ci si rialzava.. felici.
Io lo sentivo l’odore della neve e dell’inverno... mi penetrava nelle narici… odorava di arance e mandarini, di dolci alla cannella e di resina delle pigne… era il Natale.
Tra i cespugli di agrifoglio e profumati calicantus, fiorivano pure i bucaneve... che rendevano quasi magico quel bosco incantato che e’ stato il testimone di un’infanzia incredibile, in ogni ogni stagione dell’anno. 


Un mondo fatto di piccole cose, di semplici giochi, di amore, e di attuale rimpianto.  Stringo fra le mani una vecchia foto di mio padre con me piccina sulle ginocchia….siamo li, nel parco, sorridenti e felici.
 

A te papà, questi miei ricordi e tanto altro ancora. 
A te papà GRAZIE per ogni gradino che mi hai fatto salire, a te papà GRAZIE per ogni fiore che mi hai fatto conoscere e per ogni suo profumo.
 
Per mio padre ’’gradini e profumi".

23 maggio 2012


da Anna Bosetti (Bellagio - CO)
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16.3.12

GIORGIO ANCARANI: IL "PADRE" DEL CATAMARANO




Sergio Ancarani

Correva l’anno 1960 sul Lago di Como,e mio padre come ormai faceva da tempo, arrivava a casa solo per il pranzo… e poi, via subito sul suo nuovo motoscafo Molinari, a provare (così diceva lui) i migliori assetti per andare più veloce. 
Partiva dalla darsena della nostra casetta di Torriggia, arrivava all’Isola Comacina, ci girava intorno e poi ritornava indietro, cronometrando il percorso. 
Ripeteva che era l’allenamento migliore per la mitica “Centomiglia” che allora prevedeva la partenza da Villa Olmo, l’attraversata del lago fino all’Isola, una lunga curva intorno ad essa, ed il ritorno a Como.
La gara era articolata su tre giri ed era molto seguita dai villeggianti,  dagli abitanti di entrambe le sponde e soprattutto dai molti appassionati che andavano sull’Isola per vedere la grande e insidiosa curva. Tutti salutavano ad ogni passaggio i piloti, alzando le braccia, applaudendo o incitando. Era veramente una grande festa.

Aveva appena comperato questo fuoribordo di Angelo Molinari, con carena Catamar ultima novità nel campo della nautica. 
Era molto contento del suo acquisto, ma c’era qualcosa che non gli andava giù.
 Lui aveva un’idea nella testa che non corrispondeva esattamente al principio di carena che in quel periodo andava per la maggiore.

E fu così che, nel 1962, mio padre con l’aiuto del suo amico Adolfo, del figlio Marcello nonché del sottoscritto, ideò una nuova carena che avrebbe permesso agli scafi di andare molto più veloci a parità di potenza e di percorrere le curve come su due rotaie.
Si trattava di un nuovo tipo di catamarano, ancora oggi usato anche nella massima categoria mondiale di fuoribordo corsa, la Formula Uno dell’acqua.

Ricordo ancora la nostra casa di Torriggia tutta tappezzata di disegni, formule, modellini fatti con lo stucco e poi con il legno, fino allo studio completo che fu portato dal Guru di quei tempi: Angelo Molinari.
Angelo, dopo aver guardato i disegni, ricordo che disse: “io gliela costruisco, ma non garantisco che galleggi”.  Nel 1963, dopo infiniti test, lo scafo fu iscritto alla “6 ore di Milano”,  dove vinse dando più di due giri al secondo classificato.

Tra una gara e l’altra, mio padre usava il catamarano anche per diporto e spesso andavamo a fare qualche gita con mia madre e mia sorella, oppure andavamo a mangiare alla Locanda dell’Isola, dove io avevo una bella compagnia di ragazzi della mia età, Qualche volta, ci faceva fare sci d’acqua.  Ma una settimana prima delle gare, lo scafo doveva tornare ad essere la “macchina da gara” per la quale era stato costruito.

Ancora oggi mio padre, Giorgio Ancarani, viene ricordato dai più attenti appassionati di questo sport di tutto il mondo come il “padre del Catamarano” scafo che a tutti gli effetti è nato sul Lago di Como e del quale dovremmo andare fieri.

Una pagina importante e che ha segnato una svolta decisiva nel settore della motonautica italiana e mondiale.

da  SERGIO ANCARANI - (Segrate - MI)
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SERGIO ANCARANI ED I SUOI FATIDICI 100 KM. ORARI, IN CATAMARANO



Sergio Ancarani

Nell’estate di quell’anno, mio padre dovette recarsi a Francoforte per una fiera del tessile  e un giorno, approfittando della sua assenza, volli provare la sua barca. 
La mia intenzione era quella di raggiungere i fatidici 100 km/h - sfida che molti in quella categoria, avevano tentato invano.
Mio padre era arrivato a 96 km/h ed io, pensavo, essendo più leggero, forse ce l'avrei fatta. Per questo, in una giornata di alta pressione, verso mezzogiorno, quando i battelli sono fermi, presi la barca e uscii dalla darsena.
Dopo essermi diretto a nord, verso l’Isola, per prendere bene lo slancio ed usufruire della Breva (il vento da sud che permette di sollevare la prua della barca e diminuire la superficie bagnata), girai la prua in direzione Como e diedi tutto gas.

Ricordo bene lo specchio d'acqua liscio, con solo qualche piccola increspatura dovuta alla nascita del vento da sud che mi doveva aiutare nell'intento.
Guardavo il tachimetro salire velocemente, mentre mi ero spostato a poppa per alleggerire la parte anteriore e permettere all'aria di entrare nel tunnel e sollevare il piu' possibile tutta la barca.

La lancetta del tachimetro segnava 95 km/h e continuava a salire, mi ero accucciato il più possibile per ridurre la resistenza dell'aria; 97, 98, 99, 100 … Ormai, guardavo solo la lancetta e non davanti a me. Ad un tratto, sentii come un leggero scodamento.  Guardai a sinistra e vidi una cosa stranissima: la superficie del lago, andava in discesa.
Naturalmente, non era il lago che scendeva… ma io, che stavo decollando.

La barca fece un mezzo looping in aria e toccò l'acqua con il posteriore dello scarpone sinistro, innescando una trottola che da terra sembrò (così mi dissero dopo) una tromba d'acqua.
Alla fine la barca si fermò, fortunatamente senza rovesciarsi.

Il motore non era più visibile perché si era staccato dalla poppa che aveva ceduto, io avevo la maglietta piena di sangue a causa dei tiranti della timoneria che avevano seguito il motore.
C'era un grande silenzio, poi da più parti cominciarono ad arrivare barche di persone che da entrambe le sponde del lago avevano visto l'accaduto.
Mi rimorchiarono a casa e mi fecero salire subito sulla barca da corsa di un amico di mio padre per farmi passare lo spavento.

La mia paura più grande era invece l'idea che il motore avrebbe dovuto essere smontato completamente, che la poppa della barca rifatta così come gran parte degli interni e tutto questo in una settimana.

La domenica seguente infatti mio padre avrebbe dovuto partecipare all'ultima gara del Campionato Italiano Fuoribordo 100Hp ed aveva solo due punti di vantaggio sul secondo.
A questo si aggiungeva il terrore di confessare a mio padre quello che avevo fatto in sua assenza. Grazie a mia madre tutto fu risolto e mio padre riuscì a vincere quella Centomiglia del Lario che gli permise di aggiudicarsi il titolo nazionale.
Naturalmente, prima della gara, non gli avevamo raccontato l'accaduto e soprattutto non gli avevamo detto che il motore era in rodaggio…

E fu così che, da quell’anno, le barche più veloci adottarono quella carena - nata proprio sullo specchio d’acqua antistante Torriggia.

da SERGIO ANCARANI - (Segrate - MI)
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13.3.12

TRA SOGNO, REALTA', FANTASIA: LA MAGIA DEL PRIMO BACIO SUL LAGO




Albertina Nessi


Mia madre mi portò sull'isola che avevo appena due giorni. Era una mattina
di giugno, limpida e soleggiata. Il  breve tragitto da Sala comacina all'isola
lo feci stretta fra le braccia della mamma accomodata all'interno di una
Lucia,guidata da un  barcaiolo scontroso e taciturno,l'unico che a quel
tempo faceva servizio di traghetto.

Durante la traversata non piansi un solo istante tenendo gli occhi spalancati come a voler già assorbire l’incanto della luce sul lago e il lento sciabordio dei remi nell’acqua. Non appena la barca approdò all’imbarcadero dell’isola scoppiò un applauso fragoroso che salutò il mio arrivo  con una potenza superiore a quella di un fuoco d’artificio. 
Mio padre, il Cotoletta, fingeva contrarietà, dicendo a tutti che avrei dovuto essere un maschio, ma intanto mi sollevava dalle braccia della mamma per portarmi lui stesso fino alla locanda, dove era stata allestita una culla degna di una principessa. 
Mia sorella ritrosa e  un po’ gelosa se ne stava appollaiata in cima ad una pianta dalla quale si decise a scendere per fare la mia conoscenza solo parecchie ore dopo.
Portarono subito la monumentale cesta di vimini all’aperto,  perché mio padre sosteneva che l’aria dell’isola mi avrebbe fatto crescere forte e robusta. 
Fu così credo che il tocco gentile  della breva in quel primo giorno tiepido d’estate  si fece largo tra i veli svolazzanti della culla , per fermarsi sulla mia pelle come il bacio leggero di una fata.

Quattordici anni dopo, il primo bacio d’amore arrivò direttamente dal lago, posato dolcemente ed indelebilmente sulle mie labbra da un ragazzo che nuotava con me nell’acqua limpida e trasparente che lambiva i gradini dello stesso imbarcadero.  Un tuffo dal pontile tenendoci per mano, e subito riemergendo la sua bocca si posò a sorpresa sulla mia, mescolata alle gocce dell’acqua che scendevano iridescenti sul suo volto abbronzato.  Il bagliore nei suoi occhi scuri com’è scuro solo il lago nel suo fondo si trasmise ai miei in un raggio di sole che ci avvolse luminoso in un abbraccio di gioia.
L’emozione prese a correre sulla superficie del lago come un’onda bizzarra che subito mi decisi ad inseguire con quattro forti bracciate, allontanandomi così da quel ragazzo che, senza saperlo,  stava già catturando  il mio cuore.
Quell’estate passò velocemente portandosi via con sé tutto l’oro di quel momento prezioso.  Lunghe giornate ed intere stagioni passarono,nuvole, piogge, cieli sereni e burrascosi si alternarono nello scorrere denso di nostalgia del tempo. 
Il  ricordo di quell’ unico bacio, se ne stava accucciato in un angolo della mia anima, come  spesso succede quando un sogno non vuole davvero morire.

Molti anni dopo, era un giorno fresco e luminoso di giugno, me ne stavo pensierosa ad ascoltare il rumore delle onde contro i gradini della scaletta a lago, seduta sullo stesso pontile dal quale mi ero tuffata  quella volta che un tuffo ancor più grande si era impadronito del mio cuore.  Una vecchia lucia dondolava in lontananza,abbandonata ad una  boa del lago.
Un raggio di sole prese improvvisamente a danzare sulle onde rompendosi in un luccichio abbagliante, costringendomi ad alzare lo sguardo e girare la testa verso l’imbarcadero. 
Il ragazzo dagli occhi  scuri com’è  scuro solo il lago nel suo fondo, era lì, fermo dietro me e  mi sorrideva tranquillo, come se tutti quegli anni non fossero neppure passati.
Da allora non ci siamo più lasciati.

da ALBERTINA NESSI - (Cernobbio - CO)
(autrice del libro:  “L’isola che c’era”)


4.3.12

ALPINI LARIANI... ALPINI ITALIANI - (Racconto-dedica)


(n.d.r.): Un racconto-dedica: in onore di tutti gli ALPINI italiani che hanno svolto il loro servizio sul nostro territorio... e di tutti i nostri alpini lariani.


Laura Salvatori

Erano mesi che gli alpini si trascinavano nella neve alta con pastrani a brandelli e scarponi ridotti a poltiglia. Lottavano eroicamente contro il freddo, il vento gelido sferzante, la fame e la disperazione, accerchiati da un nemico sempre più vicino ed incalzante che li costringeva ad una tragica ritirata.

In una notte particolarmente gelida si arrese a se stesso: con le povere mani semicongelate riuscì a scrivere una lunga lettera alla moglie ed al figlio nato prima della sua partenza. Narrò ciò che aveva visto e sofferto e mille e mille parole d'amore e di rimpianto rimasero su quei fogli spiegazzati
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Si distese sul bianco giaciglio, strinse la lettera tra le mani bluastre ed appena sentì una folata di vento più violenta delle altre, abbandonò la presa e l'affidò al vento...i fogli sfarfallavano nel turbine e diventavano mille bianchi frammenti...

I monti abbracciavano il lago, gemma azzurra incastonata nel verde rigoglioso delle rive, bianchi gabbiani disegnavano arabeschi nel cielo sereno, il campanile della chiesetta diffondeva rintocchi familiari, volti amati  gli sorridevano felici, parole d'amore lo carezzavano lievi... tutto svanì nel buio.

Galoppando su minacciose nubi, il vento continuò la sua corsa, ma stanco di vedere i fantasmi in quella landa deserta, ripartì verso terre lontane inondate dal sole. L'eterno vagabondo ribelle si placava man mano che scopriva nuovi orizzonti ed assumeva nuove forme divertendosi a controllare la sua forza...

Vivevano in una piccola casa sulle rive d'un lago, la giovane donna dagli occhi azzurri, profondi e tristi ed un vivace bambino, bruno e con grandi occhi neri.
Era esplosa la primavera e volentieri giocavano all'aperto sotto gli alberi fioriti, rotolandosi sul soffice prato... lontano il  tremolio delle acque tranquille illuminate dal sole.
"Mamma guarda, nevica! Che bella!"

Complice un nuvolone grigio apparso proprio sul piccolo giardino, una folata di vento leggero aveva portato uno sfarfallio di petali bianchi che lentamente si adagiarono sul prato.
La donna sentì un calore improvviso invaderle il cuore che batteva all'impazzata... 

Una voce lontana sussurrava... non erano parole, ma suoni dolcissimi che la carezzavano e che soltanto lei conosceva...

Raccolse i petali lievi, li riunì delicatamente nel cavo delle mani e li strinse al cuore...  "Hai ragione, è bella la neve in primavera!"


da LAURA SALVATORI - (Bari)
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26.2.12

NARCISATE, a Brunate (CO)

 Emilio Montorfano - (Milano)




Se torno indietro negli anni, al tempo dell’età mia verde, e faccio il confronto con la vita dei giovani di oggi, ritrovo un’atmosfera perduta, un modo diverso di divertirsi e di essere amici.
 
Allora avevamo pochi quattrini in tasca, non avevamo motorini per scorrazzare veloci e non esistevano le discoteche.
I nostri divertimenti erano le biciclette, i soldi per un cinema o per un’ aranciata e le feste da ballo in famiglia per occasioni imporanti, in casa di amichette e sotto l’occhio vigile delle loro mamme.

 
Alla domenica, ci si vedeva in piazza del Duomo, dopo la Messa di mezzogiorno oppure, quando era bel tempo, ci si incontrava alla sera per passeggiare lungo Via Vittorio Emanuele, la vasca, e fino al lago, scambiando quattro chiacchiere e guardare le ragazze passare.

 
Mi ricordo, tra l’altro, di una passeggiata, che si usava fare con il sopraggiungere della primavera e quando i prati rinverdivano, coprendosi di fiori.

 
Su, verso Brunate, c’era lo splendore di prati biancheggianti di narcisi e, richiamati dal loro profumo e dalla loro bellezza, gruppi di giovani – e non solo di giovani – accorrevano per fare la “narcisata”, raccogliendo grossi  mazzi di quei bellissimi fiori.
Oggi non so se quest’abitudine sia ancora viva, se ancora attualmente, sotto il caldo sole  primaverile, sia rimasta l’usanza, per le giovani leve, di correre, ridere e scherzare su quei prati fioriti, raccogliendo le belle corolle, capaci di rendere interi pezzi di terra bianchi di petali odorosi.

 
Tuttavia, invecchiato come sono adesso e con la tristezza che mi danno i  fiori recisi, se ripenso a quella strage di fiori, sento che mi piacerebbe tanto, invece, vederli sempre crescere, sbocciare e appassire senza che si spezzi il loro stelo, con  la speranza che lo splendore di quei prati si sia conservato negli anni. 


da EMILIO MONTORFANO - (Milano)
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23.2.12

LANZO INTELVI (CO) - Belvedere, Caslé, Sighignola - anni '50


Giuliana Fabris - (Milano)
 
Seduta in auto, guardo fuori dal finestrino, mentre mio marito guida tranquillo.
Conosce queste strade di lago, ci è  nato e cresciuto.
Oltre i vetri scorre un panorama familiare,  amato profondamente. Il mio lago di Como è lì, coi suoi  toni di blu, il cielo a nuvole che si riflettono nelle sue acque e il verde delle montagne che gli fanno da corolla. Qualche barca lascia una scia bianca, e i gabbiani volano bassi..


 


Capita ogni tanto che venga la voglia di rivedere i luoghi dell'infanzia e allora si va, e arrivando a Cernobbio, dopo una sosta in Riva,  si fa la vecchia strada del lago fino ad Argegno e poi si sale fino a Lanzo d'Intelvi, il paese dove ho passato la prima parte della mia vita, e dove ho un pezzetto delle mie radici... Passiamo lungo una cancellata di legno, appena prima di Villa Pizzo.  Mi rendo conto che è così da quando mi ricordo....

Nulla è cambiato, chiudo gli occhi per un momento, e mi rivedo,  seduta con mia madre sulla corriera mentre lasciavamo definitivamente Lanzo per trasferirci a Milano.
Ricordo quel viaggio, come fosse oggi. Mia madre triste, io a sei anni un po' inconsapevole e allo stesso tempo inquieta per quel distacco da un posto che  fino al giorno prima era la mia casa, dove sono arrivata piccolissima, a un anno di vita.
E allora, mentre il paesaggio continua a scorrere  fuori dal finestrino, mi tornano in mente  persone,  luoghi e  accadimenti  legati a quel periodo...

I miei erano custodi  della villa degli Herbatschek  al Caslé, trasferiti lì dal Friuli, la mia terra natìa. Mio padre si occupava del giardino e mia madre pensava alla villa e alla cucina...ci sono stati per un paio d'anni, poi mio padre trovò un lavoro migliore a Lugano, così, dopo una breve parentesi alla  Pietrafessa,  trovammo una casa in affitto e ci spostammo in paese. La casa dei Marenghi non era messa bene.  A noi avevano affittato un'unica grande stanza  al piano terra, con un gabinetto fuori nel cortile. Lì si dormiva e si mangiava.  Erano gli anni '50, e non si poteva guardare troppo per il sottile....Non avevamo niente, ma io ricordo quelli come anni difficilissimi ma felici. 
E poi c'era la figlia più piccola dei Marenghi, Lucia, con cui avevo fatto amicizia...quante scorribande con lei! 

Dopo l'asilo si andava in Pianca, verso il bosco, a fare castagne quando era stagione, oppure al piccolo  parco su, verso la Sighignola. A giocare alla guerra con i maschi....un tempo i bambini crescevano per strada, non c'erano i timori e i pericoli di oggi, men che meno in un paese come era Lanzo in quegli anni...
Mantre sono assorta nei miei pensieri, arriviamo a Lanzo e andiamo  al Belvedere passando davanti all'incrocio che va al Caslé,   tenendoci alla destra  una grande pineta...

L'ha piantata mio padre quella pineta,  da solo. Ora è una foresta di pini bellissimi, e ogni volta che ci passo davanti il cuore sembra fermarsi per un attimo, ricordando quanta fatica e quanto lavoro è costata. Io l'ho fatta tutta a rotoloni,  sfuggendo al controllo dei miei che ci stavano lavorando, sono scivolata  non so come,  e cadendo sono arrivata  fino a valle sulla strada, schivando le altre piante,  rotolando senza farmi nulla.  Solo un piccolo sassolino è  rimasto conficcato a lato della fronte.  Avevo due anni o poco più ... spaventati, i miei scesero di corsa  in paese per portarmi dal medico condotto, ma era domenica e  lui  non era in casa,  era all'osteria.  Ho vivo il ricordo di quel bancone  scuro d'osteria, su, in cima alla piazza, vicino alla Macelleria Cirla, dove mi issarono a sedere e dove il dottore mi disinfettò con dell'acquavite e mi tolse il sassolino, lì, davanti a tutti, mentre bevevano allegramente. Di quell'episodio mi resta ancora un leggero avallamento sulla fonte verso  la tempia destra.... 

Dal Belvedere ci spostiamo  su alla Sighignola.  E' il mio posto dell'anima, è dove torno quando ho bisogno di ritrovare le mie radici, di rivivere sensazioni ed emozioni, di respirare libera senza costrizioni, e di ricordare momenti bellissimi vissuti con mio padre e mia madre,  è dove ritrovo l'armonia di un tempo lento,  ed è  guardando  l'infinita bellezza davanti a me che mi rendo conto che il lago e le sue montagne sono una parte importante  della mia vita, e lo saranno sempre.

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da GIULIANA FABRIS - (Milano)
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20.2.12

IN RIVA AL LAGO, A DOMASO (CO) - (inizio anni '60)

 Ines Della Mano (Como)

Una fila  disarticolata di fanciulli e fanciulle, riempiva i gradini che lambivano l’acqua della  vecchia scalinata a lago nelle estati degli anni ‘60.



 
Le canne di bambù con le  artigianali lenze oscillavano sotto il peso della preda che abboccava all’amo.
Alborelle, cavedani, pesci persici e, ogni tanto, un meraviglioso pesce sole, lucente ma, ahimè, pieno di insidie. All’urlo di gioia seguiva sempre una smorfia di dolore per gli aculei che quella  creatura, che sembrava un arcobaleno, ci conficcava nelle dita.
Il pranzo dei gatti dei vicoli era assicurato.


Accanto a noi le donne, inginocchiate sugli assi di legno, sbattevano, sciacquavano, lavavano tra un chiacchiericcio e un canto, il loro faticoso bucato.
A tratti qualcuno di noi scivolava nelle acque melmose tra le risa degli altri.
I vestiti leggeri si inzuppavano, ci avvolgevano appiccicandosi  come una seconda pelle.
Nessun timore se non quello di uno scapaccione al rientro a casa.

Le campane di mezzogiorno si sovrapponevano alle voci delle madri che annunciavano l’ora del pranzo.
Di corsa tutti a casa per gustare un pasto veloce e poi, di nuovo insieme, tutti insieme, a cuocere sotto il sole dell’estate lacustre.

La scalinata di sassi è stata sostituita dal cemento, i fanciulli ora ascoltano la musica con l’ipod, le donne passeggiano  mentre le lavatrici a casa hanno alleggerito la loro fatica.

Qualcosa è cambiato, qualcuno non c’è più ma, li ricordo tutti quei ragazzi e quelle donne e a volte c’è un po’ di nostalgia per quella fila colorata dell’Alto Lago.

da INES DELLA MANO - (Como)
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18.2.12

IL SETIFICIO DI COMO, anni '70 - (Setificio vecchio, Via Carducci 9)

 mariposa (quarta D) - (Milano)


Ci riconoscevano subito. Con quegli enormi fogli da disegno arrotolati sotto il braccio non potevamo che essere studenti del Setificio, che all’inizio degli anni Settanta stava ancora in fondo a via Carducci, al numero nove, di fronte al Liceo classico.
Ovviamente, della sezione D(-isegno) per tessuti.

Quei fogli Fabriano, cotone centopercento, erano il nostro ingombro e vanto.  Quando in classe, all’ultimo piano del sontuoso e affaticato palazzo, con scaloni regali, aule dai soffitti alti e piene di luce naturale, li srotolavamo sui banconi neri e ci seminavamo sopra piccoli e grandi fiori (copiati dal vero), ci sentivamo un poco artisti.


Come al momento di entrare in cartoleria, da Camagni, per comprare boccette e pennelli, taglierini, temperamine e schiaccini... Ecoline, si chiamavano i colori che con l’aiuto dell’acqua noi studenti-bigat (è il baco da seta) scioglievamo in sfumature infinite. Quando comparvero gli “ice”, le tinte fosforescenti di cui si abbeverano gli evidenziatori d’oggi, ci sembrò di aver trovato il segreto per dare luce ai nostri disegni, che già immaginavamo stampati su preziose pezze di seta da trasformare in camicette, foulard, sciarpe…

Con la primavera dai finestroni aperti, insieme al tepore, entravano anche gli sberleffi dei cugini del liceo. A ogni intervallo era sempre peggio, e a volte non senza ragione. Perché in un angolo del piano rialzato, vicino allo scalone, c’era il laboratorio di chimica che esalava lo sgradevole olezzo dell’accadue-esse, l’acido solfidrico: una puzza di uova marce asfissiante, marchio indelebile degli esperimenti di chimica analitica, anticamera dei segreti dei coloranti per la stampa. Ma il primo passo del giovane alchimista-bigat, in rigoroso camice bianco, era soffiare nel vetro per costruire becher e provette. Quante volte abbiamo fatto cilecca! Come nel vicino laboratorio di fisica con i nostri maldestri tentavi di costruire una resistenza o una pila.

L’aula di tessitura, invece, stava al primo piano, appena sopra: la lavagna lunga come la parete e la cattedra, da cui il prof più severo dell’istituto Paolo Carcano ci svelava l’arte di fili e filati, di trame e orditi. Nozioni che mettevamo in pratica nella nostra “fabbrica”, oltre il cortile, proprio di fronte all’ingresso. Qui, a stordirci, non era la puzza, erano i colpi cadenzati e secchi di licci e navette.

Ma era sempre lassù, al secondo piano, lato presidenza, che davamo il meglio, copiando anche quadri d’autore in versione disegni per tessuti: Braque, Fontana, Matisse, Picasso “cadevano” sui nostri fogli Fabriano come pezzi d’antiquariato, in mezzo a un arcobaleno di flaconcini quadrati.
Per noi bigat della sezione D(isegno) fingere d’averne dimenticato uno diventava la scusa ideale per passare l’intervallo fuori, con la complicità dei bidelli che avevano l’ordine di sprangare il portone. Non era però da Camagni che volevamo andare, ma al mercato che ogni martedì,  giovedì e sabato ci teneva compagnia con le sue voci. E i suoi colori. Che nessuno è mai riuscito a chiudere in boccetta.


da MARIPOSA(quarta D) - (Milano)
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